cosa è giusto?

IL KAMISHIBAI,
IL TEATRO DI CARTA

Il Kamishibai (dal giapponese 纸 芝 居, kami = carta e shibai = teatro) è un antico strumento per l’animazione della lettura, un teatro d’immagini utilizzato dai cantastorie e spesso montato sulle biciclette.

Con gli studenti della Scuola Secondaria di primo grado Tibaldi di Cantù abbiamo immaginato, scritto e realizzato una storia per Kamishibai. Attraverso il teatro di carta abbiamo trasformato le singole idee in un’esperienza visiva e ci siamo allenati a lavorare insieme.

Buona visione!

COSa è giusto?
Un PERCORSO sulla legalità

La storia è stata scritta per capitoli dalle quattro classi seconde dell’Istituto P. Tibaldi.

Abbiamo affrontato il tema delle regole e le abbiamo distinte dalle leggi; ci siamo immaginati e abbiamo scritto una storia tutti insieme seguendo le fasi del viaggio dell’eroe. Una volta create le scenografie, abbiamo perfezionato la sceneggiatura e infine registrato e montato le voci narranti, la parte sicuramente più divertente! Per creare le tavole del kamishibai abbiamo giocato con le forme e il pensiero astratto: quelle che vedete sono lo sviluppo di quelle che hanno creato i ragazzi.

Di seguito trovate lo storyboard, con la spiegazione delle tavole e la sceneggiatura completa. Buona lettura!

capitolo 1 – Cosa è giusto?

In quella città sembrava che la legge se ne fosse andata e la paura regnasse sovrana. Anche i cittadini più onesti avevano smesso di credere nelle autorità, perchè anche loro erano corrotte.

Lo skyline di una città buia, confusa e caotica.

Le strade erano deserte, e la gente camminava a testa bassa, cercando di non attirare l’attenzione.

Dove fosse in confine fra ciò che è giusto e ciò che non lo era, era tutto da capire.

Una via poco sicura e senza nessuno.

Luca, 13 anni, aveva perso le speranze che qualcuno potesse aiutarlo e gli sembrava normale pensare di doversela sempre sbrigare da solo. Aveva ancora in ballo quella questione con la banda, ma, si sa, la vendetta si consuma fredda.

A lui sembrava giusto così.

Palazzoni alti che trasmettano l’idea di poca sicurezza e chiusura.

capitolo 2 – L’autorità

Mi chiamo Leonardo, e mi hanno spedito in quella città per riportare la legge. Ero spaventato, ammetto, ma sapevo che avrei dovuto fare qualcosa. Il mio primo passo fu quello di osservare la situazione da vicino. Mi misi dietro gli angoli delle strade, ascoltai e osservai le conversazioni sussurrate, e capii che il terrore aveva avuto il sopravvento. Vorrei camminare per strada senza che la gente, subito dopo avermi visto, si volti dall’altra parte.

La città dominata da un’unica strada, percorsa dal giudice che entra in città.

Un giorno, assistetti a un violento regolamento di conti tra due bande di ragazzi. Pistole che sparavano, urla rimbombavano nelle vie deserte. La paura si poteva leggere negli occhi di chiunque. Io stesso ero terrorizzato. Non sapevo come affrontare quella situazione, come riportare la calma in una città così dilaniata dalla violenza e di chi potermi fidare.

La città è sempre più cupa, il colore dominante è il viola. L’unico tocco di luce è nel cielo. La speranza resta accesa, ma solo nel giudice.

La mia mente iniziò a riempirsi di pensieri. Immaginai di organizzare attività che potessero rieducare i cittadini, di dare loro qualcosa su cui concentrarsi invece che sprofondare nel buio della criminalità.

Eppure, la paura ancora regnava sovrana, e il mio coraggio vacillava e mi sembravano solo idee vuote.

La mente è confusa, i pensieri generano altri pensieri.

capitolo 3 – La forza di cambiare

La città era sovrastata da due baby gang che si scontravano senza tregua: ci furono diversi casi di violenza.

Un giorno vidi John, ed era chiaro avesse appena concluso una rissa.

Un campo di calcio con due gang che si scontrano.

Non sapevo proprio come iniziare a muovermi. Cercai supporto nelle famiglie: poche, però, vedevano il problema e ancora meno volevano fare qualcosa. Nessuno credeva che ci sarebbe potuto essere un futuro diverso da quello in cui si sentivano intrappolati.

Le famiglie si riuniscono: iniziano a lavorare insieme, in assemblea.

Decisi di agire partendo dai più giovani. Provammo ad organizzare delle alternative, dando loro un motivo per credere in un cambiamento. Volevo far sentire ai ragazzi di potercela fare, fargli provare la soddisfazione di guadagnarsi qualche soldo, sentirsi utili. Cercai di ricreare una comunità, in cui sentirsi cittadini e responsabili e in cui sperimentare la bellezza e la soddisfazione di fare le cose insieme agli altri.

Piano piano, quasi tutti cominciarono a cambiare vita, a sentire che potevano aspirare a qualcosa di migliore e a muoverli era una forza da dentro, e non tanti discorsi che di solito si fanno.

Il laboratorio dei ragazzi è attivo, con le luci accese.

capitolo 4 – La giustizia dal basso

Nella città, però, rimaneva un problema più grande di tutti: la criminalità organizzata. Spaccio, traffico di armi e di persone, un nemico apparentemente insormontabile. Mi sentivo solo di fronte a quell’ostacolo, ma capii che dovevo partire dal piccolo per affrontare il grande.

La mafia domina la città.

Avviammo le indagini per fermare le attività criminali, ma sapevo che non sarebbe bastato. Dovevo risvegliare le coscienze di tutta la popolazione, addormentata per la paura. Organizzai incontri, parlando del potere del cambiamento e delle possibilità Pian piano, la città iniziò a rispondere. La comunità iniziò ad unirsi contro la criminalità, dando vita a una resistenza che sembrava impossibile solo qualche tempo prima.

La città è così poco sicura da avere continui reati, qui si vede una rapina ad una banca.

La mia sfida era ancora aperta, ma ora c’era una luce alla fine del tunnel. Avevo imparato che la giustizia non si può imporre da sopra, ma deve nascere dal cuore della comunità. La città, una volta immersa nell’oscurità, cominciò a risplendere di speranza.

Ero il giudice, ma erano le persone che stava ridisegnando il proprio destino e riscrivendo la loro storia.

In città tornano la calma, l’ordine e la sicurezza. Il giudice può uscire di scena.